Roma, Dicembre 2008
Dopo anni di lavoro nell'ambito dell'intelligence italiana e internazionale, posso testimoniare di quali siano i meccanismi e le motivazioni che spingono i poteri costituiti ad agire. Non credo che il genere umano abbia la capacità di cambiare, ma credo nel diritto delle persone a emanciparsi e capire ciò che quotidianamente viene orchestrato a loro insaputa. Tengo a precisare che nessuna regia occulta mi spinge a rilasciare queste dichiarazioni
Goldenflack.
Fisico asciutto e occhi che ti scrutano dentro, mentre parla, con voce pacata, sempre scandendo ogni frase, mai però per colpire ad effetto. L'uomo che ci ha dato appuntamento nel retro di un bar di una frazione periferica di Roma, siede davanti a noi e subito ci consente di accendere il registratore.
Solo in un paio di occasioni, nel corso di una conversazione di quasi due ore, ci chiederà di spegnerlo. Quando sarà costretto a fare nomi, luoghi e date che, se divulgati, consentirebbero di individuarlo. Ma sia chiaro che, se parla, non ci sono rischi, per nessuno. Almeno si spera.
Crediamo sia la prima volta che un agente dei servizi segreti italiani rilascia un'intervista così estesa e a largo raggio ad un organo di stampa che non sia istituzionale. L'inizio del processo di disclosure anche in Italia.
Maurizio Baiata: È vero che gli 007 sono come "Jason Bourne" e girano con tanti passaporti utili per compiere una determinata missione?
Goldenflack: "Gli 007 che hanno cinque o sei passaporti non esistono, perché dopo ogni missione strappano tutto. Non puoi tenerli a casa perché basta una perquisizione e sei bruciato. Nei film, quindi, molto è inverosimile. Nella realtà ne avrebbe ricevuto uno alla volta. Per non dare nell'occhio può utilizzare anche il suo passaporto personale. Io usavo passaporti normali. Se qualcuno mi fermasse per un interrogatorio un po' "spinto" e volesse ricostruire i miei movimenti nel corso degli anni vedrebbe benissimo che sono stato a Parigi, a Praga, a Bonn, Monaco e così via ma, al di là dei miei spostamenti, niente altro. C'è un livello di copertura a cui né un poliziotto né un carabiniere, può arrivare".
Lavinia Pallotta: Come si diventa un agente operativo? E che differenza c'è tra i diversi tipi di agenti?
G.: "Ci sono i dirigenti, quindi burocrati da ufficio, e gli operativi sul campo con a capo i team leader delle unità speciali... "
M.B.: Prendiamo il caso di Calipari. Cosa è successo?
G.: "Calipari, quando era più giovane poteva, secondo me, gestire situazioni ad alto rischio, ma poi con il grado che aveva ottenuto era assolutamente fuori ruolo in quella situazione".
L.P.: Quindi come mai si è trovato in quelle circostanze?
G.: "È un mistero, perché è incomprensibile mandare Calipari in Iraq per la Sgrena e che lui stesso si sia messo in contatto diretto con i rapitori".
M.B.: Il filo ufficiale era fra i servizi e la Farnesina che poi comunicava con Calipari...
G.: "Sì, ma lui materialmente si è trovato a contatto con i rapitori. L'ha portata via da lì. Poi con la macchina è successo quello che è successo. Non era un lavoro da funzionario in giacca e cravatta. Lì chiaramente non si sono capiti con i Marines. Poi queste cose di notte non si fanno mai. Quando liberi un ostaggio o hai una task force che ti toglie dai guai, scappi ma incappi nei posti di blocco, lì succedono degli incidenti. Le autobombe erano all'ordine del giorno. Vedi una macchina, fai un segnale e magari l'auto si ferma, è chiaro che devi sparare. Lo dico anche ai miei, prima spari e poi dici alt".
M.B.: Spari per fermare o spari per uccidere in questo caso?
G.: "Devi fermare chi guida. Solo che Lozano ha sparato a raffica".
L.P.: Qual è stato l'iter del tuo arruolamento?
G.: "Attraverso un contatto con un dirigente della Farnesina".
M.B.: Ci puoi dire dove hai fatto i primi addestramenti?
G.: "Vicino a Roma".
M.B.: Basi note....
G.: "Nelle Marche, in Toscana. Mi alleno ancora al tiro al cecchino. Quando ho scritto gli articoli su Kennedy ("Area 51" n. 28 e 29, N.d.R.) ho voluto ricreare le condizioni di tiro, anche senza il bersaglio in movimento, a una distanza di 85 metri. Sono andato lì, con uno dei miei fucili da cecchino, con l'ottica e tutto, e mi sono messo più o meno a quella distanza. Ho fatto una rosata di 10 colpi in tre centimetri e mezzo, il che vuol dire che in testa ci entravano tutti. La cosa che mi è sembrata strana è che quando hanno sparato a Kennedy hanno sparato all'impazzata, dal punto di vista professionale era una squadra di dilettanti. Anche se nel '63 magari quel tipo di attentato poteva essere una cosa standard. L'importante era colpire il bersaglio, non importa con quanti colpi. A quasi 50 anni di distanza invece le cose cambiano, perché il cecchino ha solo un colpo, al massimo due".
M.B.: Perché viene inquadrato?
G.: "Puoi essere rintracciato dalla fiammata dello sparo e dal rumore, ma in ogni caso se già ti serve più di un colpo per far fuori una persona, non hai un grande successo. Se devi sparare più di due colpi, non va bene".
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Credo che il livello di conoscenze e la qualità delle informazioni siano tra il mitomane ed il poliziotto standard italico !
Se mai doveste aver a che fare con i fratelloni di questi non avrete il tempo di rendervene conto, sempreché non siate attenti alla presenza sul luogo di un elevato numero di auto Lancia dedra o similari. L'unica goduria della loro scellerata situazione è che i primi a non essere al sicuro sono proprio loro !!!
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